Mogadishow, la nuova avventura del LabPerm, 25 febbraio – 9 marzo 2014 Teatro Gobetti

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Breve nota per il pubblico del LabPerm Nella stagione teatrale 2013-14 abbiamo -non senza travaglio interno-  deciso di aprire la nostra possibilità produttiva ad una collaborazione musicale ed umana, che ci permettesse di sperimentare una diversa  e coraggiosa dimensione performativa. Pertanto nessuno degli attori e delle attrici del team LabPerm calcherà il palco della produzione MOGADISHOW, sebbebe tutti noi  abbiamo contribuito alla realizzazione di questo spettacolo. Questa scelta sta  permettendo al nostro gruppo, come alla terra dopo molto raccolto, di riposare un poco, di rigenerarsi ed indagare nuovi orizzonti artistici. Stiamo dunque dedicando il tempo essenziale a dar vita a  progetti che hanno bisogno di cura per svilupparsi, per crescere nelle persone che li hanno ideati. In repertorio presso il LabPerm trovate FIGURELLE versione PARTY e CONCERTO. A breve pubblicheremo tutte le date del tour! In cantiere, METROP’SOULS, Le anime della Metropoli che prende vita in un musical di corpi e voci: possibile debutto dall’inverno del 2014.

Locandina Mogadishow

Mogadishow

Teatro Gobetti, Torino, 25.02 – 09.03 2014

Prima nazionale

 Di e con Saba Anglana Regia Domenico Castaldo

Riduzione drammaturgica Domenico Castaldo e Saba Anglana Musiche e supervisione al progetto Fabio Barovero
Scene e luci Lucio Diana
Assistente alla regia Francesca Netto
Assistenti alla prodizione Marta Laneri e Ginevra Giachetti
Oggetti LabPerm
Produzione LabPerm e Acti Teatri Indipendenti

Progetto realizzato con il contributo della Città di Torino e della Provincia di Torino con il sostegno di Sistema Teatro Torino e Provincia

  La pacifica e vivace Mogadiscio di un tempo emerge dalla sua mappa squadrata che la fa somigliare a Torino; la città, d’altronde, fu conquista sabauda dal 1898. I profumi, i sapori e le canzoni raccontano quanto sia stata italiana la capitale della Somalia e quante altre culture si siano intersecate in quel nodo vitale di migrazioni. L’odore delle focacce e dell’espresso, il duomo che assomiglia alla Cattedrale di Cefalù, i dialoghi italiani dei doppiatori nei cinema, la voce di Sam Cooke mescolata a quella di Celentano: il tutto accompagnato dal profumo “Paradiso Perduto” dell’azienda piemontese Paglieri, l’articolo più venduto a Mogadiscio. Su questo incipit s’innesta la storia della cacciata da quel paradiso di una famiglia mista. I cinque anni successivi alla rivoluzione di Siad Barre, che sono anche i primi cinque anni di vita di Saba, coincidono per i parenti dell’autrice con la difficoltà della convivenza e la costrizione alla fuga. I concetti di identità e provenienza, di appartenenza e libertà si trasformano in una crisi personale che su scala più ampia porterà al lungo periodo di guerra civile somala e alla dolorosa diaspora. Saba racconta in un dialogo polifonico i personaggi e i luoghi della sua galleria privata, concertati per risuonare insieme metaforicamente: un cane nero che sorveglia una buca, un cammello issato su di una barca a largo, il pasto dei pescecani. Il terribile Stafurò, monsone che chiede sacrifici, il vento della rivoluzione, che richiede anch’esso sacrifici. La nonna Abebech inumatrice di placente, la ribelle zia Dighei. La visita dell’Imperatore d’Etiopia, una suora che viene da Pinerolo, un guaritore. E ancora, un rappresentante della Duralex e un bicchiere infrangibile. Sullo sfondo, una città – la più italiana tra quelle all’equatore – che nella sua parabola storica diventa metafora di nascita e morte, sogno e decadenza. Mogadiscio che scompare, che esiste solo nella memoria e nel rimpianto di chi ha vissuto lì i suoi anni migliori. Mogadiscio che oggi ha un nuovo governo e una “road map” per una Somalia pacificata dove però vengono assassinati gli operatori della comunicazione e dell’informazione. Cardine del racconto è la nonna Abebech, strappata dalla sua terra natale, l’Etiopia, nel periodo della colonizzazione italiana. Arrivata a Mogadiscio, costruisce una famiglia e fonda una nuova appartenenza che le vicissitudini e le ancestrali divisioni fra gli uomini le negano, perché Abebech e i suoi figli vengono considerati stranieri e costretti nuovamente a lasciare tutto. I Worku, il gruppo familiare dei nonni materni di Saba, riprendono la strada della diaspora che li riporta al paese di origine, mentre la famiglia Anglana torna in Italia. Saba è infatti nata in Africa da padre italiano e madre Etiope, profuga nel nostro paese. Si disegna così una storia di non appartenenza, di amore per un luogo che non ricambia. Malgrado le felici premesse di angolo paradisiaco, Mogadiscio disattente alle promesse di pace tra gli esseri umani, di identità libera, di appartenenza senza bandiere. Da questa sorta di fallimento che la nonna vive nascono quel dolore, quella rabbia e quello smarrimento che sono come tramandati nel sangue alla sua discendenza di migranti. Per tutta la vita ciascuno dei componenti della famiglia avrà a che fare più o meno dolorosamente con questo fardello. Stranieri ovunque, sempre e comunque. Saba, dopo tre generazioni, fa da ponte tra la Mogadiscio dei suoi natali e l’Italia del suo presente; solo così può ricucire la memoria e compiere una necessaria guarigione attraverso il racconto. Un racconto personale che, per le tematiche trattate, diventa universale e quanto mai attuale.   “Dimenticare ostacola il processo di affrancamento dal dolore, la memoria va fatta dunque fiorire. Bisogna occuparsi delle proprie origini per potersene poi quasi liberare, perché non rimangano dentro ciascuno come radici interrotte”. Saba Anglana

Per visionare il teaser dello spettacolo: http://www.youtube.com/watch?v=QZdFKps-8_w

 

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