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Lettera di una spettatrice su “Donnarumma” – Laura Curino

Lettera di una spettatrice ad altri spettatori da leggersi, volendo, dopo aver visto lo spettacolo.

Ho visto lo spettacolo e alla fine mi hanno chiesto “Allora, che te ne sembra?” . Sono sicura che avrò risposto “Bello”. Ma ci sono spettacoli di cui vorresti dire di più, confrontarti con gli altri  e con la compagnia più a lungo. Alcuni spettacoli sono racconti che generano racconti.

Provo a raccontare.

Ho letto Donnarumma all’assalto da ragazzina. Avevo 16 anni e mio padre non mi aveva lasciata partire in vacanza con gli amici. Dovevo andare con i genitori, in bassa montagna (sai che meraviglia) come ogni anno: “Mi obblighi? Ci vengo, ma non ti parlerò per tutto il tempo!”

Più facile a dirsi che a farsi.

Mi aiutò nell’impresa la bibliotecaria del paese. Invece dei due volumi permessi dal regolamento, ogni volta che scendevo a valle a far rifornimento, mi lasciava riempire lo zaino. Prendevo di tutto dagli scaffali, facevo man  bassa. Cercavo soprattutto nomi di donna, tra gli autori o nei titoli. Scelsi Donnarumma per malinteso. L’ho letto  d’un fiato.Mi era piaciuto tanto,  pur senza capirlo veramente. Mi era piaciuto perché era scritto bene e perché ne intuivo la profonda sincerità. Parlava di fabbrica. Ma di una fabbrica con principi e comportamenti che mi sembravano così diversi dal tipo di fabbrica dove lavorava mio padre. La fabbrica torinese che conoscevo era sicuramente stata fonte di riscatto per lui, ma anche di umiliazioni, rabbie, ingiustizie,  mai espresse a voce alta, ma che gli leggevo sul volto la sera, quando rincasava, buttandosi le ore di lavoro alle spalle per sorridermi. Leggere il bel testo di Ottiero Ottieri  mi aiutò a riconciliarmi con mio padre.

Poi l’ho riletto durante la scrittura dei miei lavori su Camillo e Adriano Olivetti, molti anni dopo. L’ho ritrovato nella sua limpida verità, nella freschezza del suo umorismo e nella bellezza dei suoi diversi tormenti umani. Ho pensato tante volte che si sarebbe dovuto portarlo in scena.

L’ha fatto, con sapienza e leggerezza, Domenico Castaldo. Vedere lo spettacolo è stato tuffarsi due volte in quelle storie: ritrovarle ben raccontate e piene di sincerità, con gli occhi della ragazzina

della prima lettura, e poi rivederle, con occhi adulti, profonde, divertenti e pur piene di contraddizioni e di struggimento. Domenico racconta una parte importante di  quell’esperimento grandioso e mai eguagliato che fu la fabbrica Olivetti, la fabbrica diversa da tutte le altre, la fabbrica dove mio padre non avrebbe avuto il volto scuro, la sera.

Castaldo ci mette tutta  la sua energia, capacità attoriale, versatilità, dando corpo e una voce al testo in maniera così efficace che dopo un po’ non pensi più alla finzione teatrale, ma sei completamente catapultato in ufficio, a Pozzuoli, dove questo bravo, onesto, motivato ed inesperto direttore del personale, si trova a dover scegliere chi assumere tra migliaia di domande e soprattutto si trova a dover rispondere a lui, Donnarumma, che vuole essere assunto ad ogni costo, vuol far parte del sogno che la fabbrica promette con la sua  sola presenza,

L’attore è solo, immerso in una scena semplice e precisa che sa trasmettere perfettamente  i conflitti del testo, con tutto quell’affastellarsi di carte, prima ordinate e ben disposte, poi sparpagliate dovunque, metafora della crescente confusione nella testa del mal capitato direttore del personale, così affranto e maldestro che ti vien voglia di andare a dargli subito una mano, raccogliendo e riordinando cose e pensieri insieme a lui.

Mi verrebbe di dire: vorrei averlo fatto io questo spettacolo. Ma se così fosse non avrei avuto il piacere grande di vederlo.

Quel che più mi ha commossa è il fatto che,  pur non tacendo nessuno dei problemi, dei paradossi e delle paure che il protagonista deve affrontare, Domenico Castaldo non perde mai il filo della gioia, una forza positiva e febbrile che sottende tutto, come un vento che riporta in vita la bellezza di un laboratorio umano di vita e di lavoro, all’avanguardia  per tecnica e principi etici, cui oggi sarebbe indispensabile tornare ad ispirarsi.

Larga è la foglia, stretta è la via…

Laura Curino

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Impressioni di Pierre

Ogni incontro con Domenico aggiunge colori alla tavolozza, ma quella sera è stata particolare perché ho incontrato un pezzo di me stesso che fino a quel momento non aveva trovato espressione. Già da qualche tempo stavo cercando, attraverso il teatro, di insegnare al mio corpo a dare forza alle idee. Quella sera invece ho riscoperto l’abilità del corpo di entrare in armonia con l’ambiente, accompagnando la mente a sentire. Per quanto mi muovessi e sudassi la voglia di muovermi e sudare aumentava, e in qualche modo non ho ancora smesso.
(Pierre)

Impressioni di Valentina – /3

En The Garden puedes descubrir tu potencial creativo escondido.
En The Garden puedes crear desde la “aparente” nada (pero siempre estás tú, los otros, nuestra historia y el espacio).
En The Garden no puedes mentir ni fingir; es un bombardeo de pura realidad. Ni el cuerpo ni el alma sabe mentir. Estar con el otro, mirar y escuchar, no “hacer como”.
The Garden es acción y reacción; rápido, sin pensar… si pensaste, ya
se fue, ya lo perdiste. Valentina Santana •
(Scritti di Valentina sull’esperienza fatta a THE GARDEN)

Impressioni di Valentina – /2

The Garden no es un workshop, un taller o un curso más para el currículum. No es algo que se toma y se deja como si nada. The Garden es una experiencia que queda grabada en todo sentido. Para mí es un trabajo que se sigue construyendo a la distancia. No se acaba, persiste incluso en el día a día, en la vida cotidiana, en el “shock” de regresar al ruido y a la realidad que dejé suspendida en este lugar. Y se ven los cambios. Por lo menos yo los he sentido. En mi cuerpo como instrumento; como actriz y como persona.
Aprendí incluso a que a veces hay que dejar de hacer cosas.
No hacer más de lo que tengo que hacer.
O tal vez simplemente, SÓLO ESTAR. Valentina Santana