Mogadishow

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di e con Saba Anglana
regia di Domenico Castaldo
musiche e supervisione al progetto di Fabio Barovero
 scene e luci di Lucio Diana
assistente alla regia Francesca Netto
assistenti di produzione Marta Laneri e Ginevra Giachetti
oggetti LabPerm
una produzione LabPerm e Acti Teatri Indipendenti

  

L’IDEA

 2013 un tragico anniversario

Venti anni fa, il 3 ed il 4 ottobre 1993, sono i giorni della più nota e tragica battaglia di Mogadiscio, ingaggiata tra le forze della UNOSOM e le truppe di uno dei maggiori leader politici e militari della Somalia: Mohamed Farrah Aidid. Si contano circa 3000 morti tra militari e civili somali, 20 morti tra le truppe internazionali guidate dagli U.S.A. in soli due giorni di scontri. La missione Restor Hope in Somalia della UNOSOM mirava a ripristinare la sicurezza locale e favorire l’eventuale reinsediamento di un governo legittimo, ma verrà dichiarata fallita. L’epilogo della vicenda fu scioccante per i mass media occidentali. Il risultato è stato quello di minare ancora una volta la credibilità delle Nazioni Unite tanto più se si considera che durante la missione il segretario era africano.

Venti anni dopo il progetto MOGADISHOW mira a creare uno spettacolo teatrale di forte impatto emotivo ed informativo su di un’area geografica che per tante ragioni storico/politiche è vicina all’Italia. In Somalia, a Mogadiscio si consuma da molti anni una devastante guerra civile. E’ la guerra che ha visto Saba Anglana costretta a fuggire a soli cinque anni dalla propria città natale  trasformatasi da un paradiso climatico e culturale in un inferno di orribili violenze. E’ la storia di una bambina nata in Africa da un padre italiano e da madre Etiope, profuga in Italia. E’ il racconto di un ritorno, per dare concretezza ai ricordi, nei luoghi delle  radici dell’autrice/attrice. E’ la scoperta sempre nuova di parole, colori e suoni che riportano ad una realtà di profonda bellezza, brutalizzata dalla storia, una terra, culla di civiltà, che invoca pace.

NOTE DI REGIA

 Saba è in scena con un musicista polistrumentista. Si accende una piccola luce e si inizia. I due assieme intessono note e parole, suoni e voci in continui travasi, per creare un flusso ininterrotto di evocazioni. Con quella di Saba va in scena l’anima del popolo somalo e si sublima in racconto, in esorcismo l’intensa esperienza, la vita e la storia presente e passata della città di Mogadiscio.

  

DRAMMATURGIA

 Si narra una una Mogadiscio che non c’è più se non nella memoria di chi ha vissuto lì i suoi anni migliori. Una città che nella sua ultima parabola storica di guerra civile diventa metafora di nascita e morte, vita e decadenza. Raccontare sembra ancora difficile. Nella speranza recente, legata alla nascita di un nuovo governo e all’attuazione della “road map” come progetto di pace e stabilità, vengono tuttavia ancora oggi assassinati in Somalia gli operatori della comunicazione e dell’informazione.

La voce dunque segue un percorso che è una presa di coscienza, disegna la mappa di una geografia emozionale condivisa dal popolo della diaspora e da tutti coloro che si sentono orfani della terra di origine.

Saba traccia il suo arco biografico teso tra la Mogadiscio dei suoi natali e l’Italia della sua vita attuale, disegnando una realtà vasta, ricca di riferimenti e di nodi critici. La migrazione, il senso di appartenenza, l’ossessione identitaria, la memoria.

Un processo in cui l’immaginazione attiva è la chiave di una visione più ampia, dal particolare del proprio vissuto all’universale condivisibile, che fa vibrare diversi livelli di coscienza.

La pacifica e vivace città di un tempo, luogo vitale di culture e migrazioni (compresa quella italiana) in cui Saba nacque,  fa da principale sfondo al racconto che diventa dialogo polifonico tra i personaggi e i luoghi della sua galleria privata: visi, corpi, canti, profumi, sapori, immagini ed episodi evocati e concertati per suonare insieme.

Ripensare in Italia al proprio vissuto, riparare la propria memoria facendola rifiorire, per sottrarre all’oblio e alla macchina distruttrice della guerra ciò che non merita di essere dimenticato. Alleviare così anche il peso di una identità composita, assimilabile ad un grande recipiente contenente tanti ingredienti simbolici: dallo zenzero medicina naturale del Tamarind Market, all’acqua della rara pioggia di Mogadiscio che cade sulla testa dei bambini festanti; dall’aria che ossigenava con il respiro monsonico la città a quel vento che ancora spira nella parola evocativa del suo antico nome Xamar; dalle case che ridevano un tempo bianche come tovaglie di cotone stese al sole, alle voci aggrappate alle cantilene e alle ninnenanne delle madri somale.

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