Da Il Patalogo 24 – sezione 22 spettacoli per un anno

Non perdiamo di vista Domenico Castaldo. Passato dal Workcenter dopo una tappa alla scuola ronconiana di Torino, insegue con dei gruppi in continua evoluzione soggetto a rinnovarsi sempre, un’espressività che gli permetta di far parlare al corpo il linguaggio dei poeti, ma vivendoli al modo dei teatranti per cui il riso si confonde col pianto, e il grido e il canto possono sconfinare in dialetti grammelot. E dove si può rinvenire un simile linguaggio che ha la pretesa dell’assoluto se non nei tragici o, ancora più indietro, nella poesia epica? Il tragitto di questo costruttore-distruttore di gruppi passa allora dal Tamerlano ad Antigone, per trovare un temporaneo traguardo nelle Argonautiche, partendo da Apollonio Rodio, sfiorando soltanto Euripide ma coinvolgendo Ovidio, e avanti con un’imprevedibile meta fra i poeti di corte francesi del Grand Siècle. Ma se questa premessa è pomposa, la vicenda narrata respira una freschezza disadorna, tradotta com’è dal gruppo in puro gesto e vocalità; Domenico ci mette la contorsione atletica e
Katia la purezza della danza, ma eccoli lanciarsi in gruppo, tutti in nero, in geometriche formazioni spezzate e condannate a un divenire eracliteo, brandendo bastoni, ombrelli, grucce appendiabito, per farne remi, armi, strumenti di una lotta per sopravvivere tra mille trabocchetti in una coralità che non dimentica mai il gioco e l’ironia e ignora le leggi di gravità ma forse anche la stasi, nel lungo viaggio per conquistare un vello d’oro e per perderlo, costellato di ripetitive avventure, ma che si esalta nel dispiegare la conoscenza e porta a conoscere l’amore.

Laboratorio Permanente di Ricerca sull'Arte dell'Attore di Domenico Castaldo

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