Dedicato a Domenico Castaldo. Tamerlano a Pedemontea

Domenico Castaldo è un giovane di origine napoletana che risiede a Moncalieri (Torino), dove ha fondato nel 1996 il Laboratorio permanente di ricerca sull’arte dell’attore. Ce lo ha fatto conoscere Nevio Gàmbula, presentandolo nell’ambito della rassegna Angelus novus che egli ha curato a Pedemonte. La sera di domenica 2 giugno Castaldo è andato in scena con Tamerlano, una libera rivisitazione del testo elisabettiano di Marlowe che racconta la storia dell’eroe turco dalla conquista dell’impero ottomano al delirio di onnipotenza alla morte. Per dare un’idea dell’evento teatrale è forse non inutile prenderla un po’ larga. Castaldo ha lavorato con Ronconi e Grotowski e il suo Laboratorio denuncia inequivocabilmente la sua continuità (o contiguità) con il secondo. Dunque nella sua concezione il testo è un pretesto, un materiale di base, per il lavoro che l’attore svolge su se stesso imponendosi una rigida disciplina. Diciamo che si parte da un’intuizione – in questo caso il plot di Marlowe -, ci si immerge nel personaggio fino all’identificazione, una identificazione che però non nega la propria intima personalità anzi la fa emergere, la fa esplodere, in una gestualità evocativa che ha lo scopo di trasmettere agli spettatori emozioni equivalenti e coinvolgenti. Se insomma tutto funziona, Tamerlano, Castaldo e gli spettatori dovrebbe sentirsi un unicum, attraversati dalla stessa corrente emozionale. Pura magia. Che a volte riesce, a volte no. Per raggiungere l’obiettivo l’attore soffre, studia, inventa, sperimenta, fino all’esecuzione finale della sua «partitura per voce e corpo», alla quale lo spettatore è chiamato ad assistere e a partecipare anche in questo caso con una cura scientifica dei particolari, perfino quelli apparentemente irrilevanti come il prendere posto in teatro entrando tutti insieme in rigoroso silenzio quando l’attore ha raggiunto la fase voluta di concentrazione. Questo ho fatto con il pubblico di Pedemonte, un pubblico consapevole, che sapeva più o meno quel che l’aspettava, poiché la pregevole rassegna Angelus novus è stata molto omogenea nelle proposte e dunque in questo senso selezionatrice.
Castaldo ha messo in scena il «suo» Tamerlano: un Tamerlano affamato di sangue e potere, un Tamerlano che si esprime ora in lingua italiana ora nella lingua corposa irridente e truculenta che l’attore ha tratto dalle sue origini familiari, il napoletano. Nel processo di identificazione non stanislavskiana ma viscerale ed emotiva dell’attore con il suo personaggio, Tamerlano si fonde con l’esperienza del potere e della violenza mai sazi dell’uomo di mafia, di cui ha gli accenti, la lingua partenopea, ma anche il senso dell’onore e della vendetta, dell’animalesca amorosissima proprietà della donna, dell’autorità assoluta sulla famiglia e in particolare sui figli.
Tamerlano e/o il mafioso. Ma non è tutto. Castaldo infatti, oltre al turco, impersona anche tutti coloro che egli incontra sul suo cammino, dalla moglie ai re sconfitti, ai soldati e via fino al vagito del bambino in cui è trasmigrata, nell’ora di morte, la sua anima. Ne deriva un concerto di voci che ancora una volta rappresenta un barbarico mondo oppure anche la storia crudele e allegra di un suburbio napoletano.
Una particolarità mi preme sottolineare. Di solito il «rito del laboratorio» implica una certa meditabonda seriosità da parte degli spettatori. Ma per il Tamerlano di Castaldo non è così: si ride, anche se in modo un pochino represso. E’ un evento di potente comicità, in cui l’ironia, il sarcasmo, lo sberleffo, le battute caustiche, il gramelot alla Dario Fo (almeno per uno che fa fatica a seguire le battute in napoletano) hanno la loro parte, per cui il personaggio eroe viene al contempo sgrossato nella sua magnitudine e deriso e insultato nella sua sanguinolenta barbarie, e «compreso» nel suo amore bestiale e nel suo attaccamento alla vita, nella sua sfrenata e straripante e incontinente vitalità. Anche il gioco del linguaggio esce dagli argini, fino al magnifico esilarante duetto dei soldati sulla “capa” e sui “capi”, un piccolo capolavoro linguistico. Alla fine il pubblico applaude riconoscente per diversi minuti, grato alla disciplina, ma anche di più alla giocondità intelligente dello scugnizzo che ha fatto il verso a Tamerlano, al mafioso, alla sua famiglia ai suoi sgherri, alla fame di morte e all’infinito bisogno di vita.

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Laboratorio Permanente di Ricerca sull'Arte dell'Attore di Domenico Castaldo

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