Giostra MacCaluso

Domenico Castaldo è noto a livello provinciale e nazionale per la mole di lavoro che impegna quotidianamente il gruppo da lui diretto, quel Laboratorio Permanente di Ricerca sull’Arte dell’Attore sostenuto nell’utilizzo degli spazi e nella distribuzione dalla SantiBriganti Teatro di Moncalieri. Questa esperienza, nata nel 1996, si è articolata attraverso quattro spettacoli: il monologo Tamerlano (1996), tratto da Christopher Marlowe, l’Antigone (1997-1999), prodotto in diverse forme, Le Argonautiche (2000-2002), tratto da Apollonio Rodio, ed infine il nuovissimo MacCaluso – La scalata alla dominanza (2003). Nel mezzo vi sono state tre collaborazioni a Pontedera, due delle quali con Roberto Bacci ed una con Gey Pin Ang, ed il Premio Bartolucci 1999. Castaldo parla, a proposito degli spettacoli da lui scritti diretti e interpretati, di azioni teatrali, attribuendo alla pratica fisica ed al canto poliarmonico una valenza imprescindibile. Il suo lavoro sul testo, che in questo quarto spettacolo ha raggiunto il vertice dell’originalità e della contaminazione linguistica, prevede poi una rielaborazione scenica, una tempratura a cui le parole e le rime sono sottoposte con grande attenzione. MacCaluso si manifesta come una giostra, un’altalena di situazioni e personaggi, un gioco che è satira e commedia, a tratti un abbondante ricorso alle onomatopee cartooniane sino a farsi teatro marinettiano, futurista.

Lo sviluppo della trama è molto semplice: in un villaggio viene ucciso il vecchio tiranno Don Duncano ed i due ereditari, MacCaluso Lazzaro e MacBanquo Gesuino, si trovano a gareggiare per vincere la competizione elettorale. In una girandola di travestimenti che coinvolgono lo stesso Castaldo, inizialmente Don Duncano ed in seguito incarnatosi nella figura de Il Matto, i due uomini si confronteranno in diverse prove, inscenando una gara elettorale vissuta in diretta, un Porta a Porta decisamente sfrenato e spassoso, condito di canti, balletti sudamericani, gioco della verità, proclami, scambio delle mogli. L’incontro con Le Moire, il trio di spiriti femminili che oliano i cardini dei destini, trasformate in streghe gitane, è davvero uno dei punti più coinvolgenti e divertenti della spettacolo.

In questa giostra lo spettatore ogni tanto si smarrisce, l’attività frenetica degli attori che come i tarocchi cambiano in corsa la scena e spostano senza sosta le ruote e le assi di legno, i cori, vanno ancora registrati, soprattutto i toni necessitano di maggiore equilibratura, capita spesso di sentire i suoni di fondo interferire con le voci in prima linea, con i personaggi principali. Certamente la struttura all’italiana del Teatro Gobetti non aiuta la compagnia a rendere più seguibile lo spettacolo, e di fatti il primo quarto d’ora risulta indigesto, con le voci che invece di proiettarsi verso il pubblico salgono in alto e si perdono prima di superare la quarta parete. La stessa parte iniziale è ancora in fase di studio; dopo la morte di Don Duncano la fruizione e la qualità dello spettacolo aumentano esponenzialmente.

Uno degli aspetti interessanti dello spettacolo riguarda l’approccio etico-morale che Castaldo ha manifestato nella drammaturgia. Il tema del rapporto uomo-potere è stato sviscerato nell’arco dei secoli nelle maniere più differenti e dagli autori più grandi, da Sofocle a Shakespeare, da Omero a Dante, da Marlowe a Molière, da Brecht a Sartre, da Pinter a Bernhard. Castaldo porta avanti per tutta l’azione scenica una doppia constatazione: la necessità di una struttura sociale organizzata, che preveda per praticità una guida, un organo decisionale, figlio (ci auguriamo) di libere elezioni e di pari opportunità, e l’urgenza nell’uomo di viaggiare, di scoprirsi attraverso quello che non è conosciuto, attraverso il confronto con le culture, le lingue, le abitudini delle persone che vivono altrove. A livello politico ed intellettuale s’è fatta prassi giudicare un evento o un dato esperenziale positivo o negativo, utile o nocivo, amico o nemico. Ovvero o si sta da una parte oppure dall’altra. Nel MacCaluso emerge con chiarezza l’esistenza nell’uomo di grandi lacerazioni (in primis la figura di MacCaluso, uccisore del tiranno, che cede e rivela il proprio misfatto nel bel mezzo della campagna elettorale), prodotte anche dagli stili di vita dettati dalla vita moderna ma al contempo figlie eterne della condizione umana, contrasti e contraddizioni (talvolta poi insanabili) che l’uomo affrontava già nella notte dei tempi. Dopo la caduta del muro di Berlino l’uomo finalmente ha iniziato a liberarsi dalla schiavitù ideologica, da una contrapposizione forzosa che obbligava sempre al compromesso ideale, e partitico, e questa libertà può risultare (agli occhi d’uno sguardo militante) più pericolosa di qualsiasi sbandierata nazionalistica.

Bravi tutti gli interpreti, in scena continuamente per tutta l’ora e mezza di spettacolo, tra i quali spiccano oltre al solido Castaldo, la presenza scenica (istrione da commedia dell’arte) di Augusta Balla, l’energia fisica degli interpreti maschili, le minimali sfumature interpretative e vocali di Katia Capato. Un lavoro che migliorerà in qualità nel corso delle repliche, e che speriamo, faccia tappa in diversi festival della prossima stagione estiva.

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Laboratorio Permanente di Ricerca sull'Arte dell'Attore di Domenico Castaldo

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