Il corpo e l’anima di Domenico Castaldo

Il teatro di Domenico Castaldo è fisico. In scena l’attore si muove, si esprime con tutto il corpo, esce dai limiti della parola. «Già da piccolo – ci spiega Castaldo – avevo questa esigenza. Ero un bimbo ‘selvatico’, poco domestico. Anche quando ero a scuola di teatro e ci facevano stare tante ore fermi solo a parlare, per me era una sofferenza».
In questi giorni l’attore e regista torinese è al Garybaldi di Settimo Torinese con Apocalisse, una pièce che gioca molto sul movimento, su geometrie che coinvolgono anche il pubblico. Lo spazio teatrale, che lascia lo spettatore disorientato e piacevolmente sorpreso è originalissimo: non vi è separazione tra pubblico e attore, solo scranni in legno e uno spazio comune. Un gioco di scenografie con elementi essenziali ma utilizzati con intelligenza nel ricreare un ambiente storico da Inquisizione.
Gli attori si rivolgono agli spettatori come a detenuti, partecipanti ad un dibattimento antico, che si concluderà con un’esecuzione capitale. Una decollazione. L’imputato, il morituro, è Domenico Castaldo. Accanto a lui personaggi emblematici di grande spessore: il Giudice, il Boia, il rappresentante della Chiesa (interpretato magistralmente da Katia Capato).
Il tempo si muove, non è rigido, è come anche l’animo dei personaggi, «trasversali anche nei ruoli», come racconta il protagonista. Nell’ultima ora di un condannato, tutto è un divenire, e si esprime con una lingua antica. Racconta di un’epoca indefinita, che unifica molti secoli addietro e i tempi moderni e di personaggi metaforici e complessi. Ascoltando attentamente il testo, ci si accorge di alcuni passaggi preziosi: tra tutti il dialogo del Giudice con il morituro nel suo momento di umanità. Sono Ponzio Pilato e Gesù Cristo nel Maestro e Margherita di Bulgakov.

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Laboratorio Permanente di Ricerca sull'Arte dell'Attore di Domenico Castaldo

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