Io, Saba e l’Africa

Alessandra Vindrola, Repubblica.it, 23 Febbraio 2014

C’È STATO un tempo in cui per gli italiani l’Africa non era il covo di una massa di disperati e indesiderabili clandestini, ma era casa. Una casa accogliente e quasi totalmente europea, dove si compravano prodotti italiani, si ascoltava musica italiana, si andava al cinema a guardare le stelle di Hollywood, e magari si faceva un matrimonio misto e felice. E quel tempo non va confinato solo nell’imbarazzante colonialismo fascista, ma si è protratto fino ai radiosi anni Sessanta. Quando Mogadiscio, capitale somala, assomigliava a Torino, le musiche più in voga erano Toni Renis e Celentano, le strade profumavano di caffè espresso e focacce, e l’articolo più venduto era il profumo Paradiso perduto della piemontese Paglieri.

A quel Paradiso perduto ritorna “Mogadishow”, il nuovo lavoro di Domenico Castaldo, che da martedì 25 febbraio fino al 9 marzo lo propone al Gobetti, nella stagione della Fondazione Teatro Stabile. Castaldo è uno dei registi-attori usciti dalla prima stagione della Scuola di teatro dello Stabile di Torino che non si sono mai rassegnati alle vie facili, senza tuttavia diventare autoreferenziale, anzi cercando si spaziare nella gioia della narrazione e della musica. Ed è così che ha incontrato Fabio Barovero, fra i fondatori dei Mau Mau, e la sua compagna Saba Anglana, cantante, nata a Mogadiscio da padre italiano e madre etiope, fuggita in Italia con la famiglia durante il governo di Siad Barre, in un non troppo lontano 1975.
Castaldo, questo teatro di memoria è in fondo uno spettacolo un po’ insolito per lei. Com’è nata l’idea?
«Come sempre, per caso. Fabio Barovero mi chiese se ero interessato a fare uno spettacolo su questa vicenda biografica. Saba aveva scritto gli appunti per un romanzo, non una drammaturgia, e proprio in quei giorni la ascoltai in radio che raccontava la sua epifania fra l’Etiopia, la Somalia e l’Italia. Ne fui conquistato». 
Da un romanzo a uno spettacolo il passo spesso è lungo…
«Infatti ci sono state due fasi importanti. Nella prima, Saba ed io abbiamo esplorato il suo bisogno di raccontare la storia della sua vita. E mi ha colpito il grande senso di estraneità dalla vita civile di chi non si sente a casa in nessun posto. È un problema attuale e che riguarda tutti, non è solo una questione di appartenenza geo- grafica». 

Però un po’ diverso se le radici culturali sono miste e lontane, non trova?

«L’importante è capire che di fronte alla sofferenza reagiamo tutti nello stesso modo. E questo sentire non appiattisce la realtà, ma la approfondisce. Per questo nello spettacolo non abbiamo affrontato la storia dal punto di vista dell’attualità — oggi in Somalia la situazione è drammatica — ma dal punto di vista dell’individuo, del suo sentire, partendo da quelle radici, da quei giorni apparentemente felici che sono stati l’inizio di un dramma».

E nella seconda fase del vostro lavoro che è successo?

«Dal racconto intimo si è passati a una dimensione più spettacolare, in cui le musiche — che sono musiche etiopi e somale, dalle bellissime sonorità, riarrangiate da Fabio Barovero — e la scena quasi minimalista studiata da Lucio Diana creano il dinamismo del racconto e portano direttamente alle radici profonde di questa vicenda esistenziale».

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Laboratorio Permanente di Ricerca sull'Arte dell'Attore di Domenico Castaldo

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