La magia di Domenico Castaldo trasforma la tragedia di Antigone in uno spettacolo che fa sorridere

Non immaginavamo proprio che in questa estate festivaliera dai toni particolarmente cupi e seriosi, una nota meno grave la offrisse la tragedia greca: l’Antigone, per la precisione. Ancora meno prevedibile che a presentare una lettura non solo innovativa, ma a tratti giocosa, del testo di Sofocle fosse Domenico Castaldo, attore tanto «concentrato» da sembrare ieratico. Già allievo di Ronconi alla scuola dello Stabile e ora talento di Teatranza-Artedrama, Castaldo opera da anni con ristrettissimo team di «adepti», prova e riprova i suoi spettacoli quotidianamente, per molte ore al giorno, anche senza imminenti scadenze rappresentative. Meticoloso allenamento, ma pure work in progress quasi “liturgico”, secondo l’impressione che ne ricavavano i pochi ammessi al cerimoniale delle prove-recite: e lo si dice, senza traccia d’ironia, ricordando il rigore e la cautela del performer e l’assoluta attenzione chiesta al pubblico. Ora Domenico sembra più rilassato. Ferme restando le sue particolari modalità di messinscena. Anche all’Antigone o le furie – spettacolo presentato giovedì nella Chiesa del Gesù di Moncalieri per la rassegna Theatropolis – l’attore ha lavorato per molto tempo, prima con uno studio sul coro e poi rielaborando l’intero testo di Sofocle. Ma il rigore quasi teutonico dell’attore napoletano, già interprete di una bella rivisitazione del Tamerlano di Marlowe, si è ammorbidito. Con quali risultati, vedremo.
Per ora si registra un clima più rilassato in platea, il che pare buona cosa. Gli spettatori non sono più sottoposti a un propedeutico training con tanto di spoliazione di borse, cellulari, bloc-notes, né invitati a mantenere un silenzio tombale. Possono persino ridere, questa volta: ed è ciò che molti fanno assistendo alla recita di Antigone o le furie. Difficile spiegare come si possa anche sorridere dei drammatici casi della giovane figlia di Edipo, sorella di Eteocle e Polinice, che si sono uccisi reciprocamente. Di colei, insomma, che viene condannata a morte, per aver seppellito Polinice, trasgredendo al decreto dello zio Creonte, re di Tebe. Stupisce che si rida, oltre a commuoversi, per quella storia antica che, toccando temi come la ribellione, il coraggio e la supremazia degli affetti, coinvolge chiunque, in ogni tempo. In scena Castaldo, con gli ottimi Katia Capato e Ettore Scarpa (un Creonte tronfio quanto rimbecillito dal potere), offrono una performance verbale e fisica, dove il canto esprime la poetica di ciascun personaggio e dove il coro si chiude, talora, persino in leggerezza scherzosa da cartoon. Mentre il tema tragico della ribellione a un potere coercitivo e disumano si stempera nel motivo, più soft, della propensione giovanile alla rivolta. Una vocazione alla disubbidienza, che confina col dispetto, e che a volte si paga a caro prezzo.

Laboratorio Permanente di Ricerca sull'Arte dell'Attore di Domenico Castaldo

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