Piccola Guerra Perfetta. Prima assoluta a Torino.

Valentina Ciambrone, SoloSapere.com, 21 marzo 2013

Alla Cavallerizza Reale va in scena dal 19 marzo Piccola guerra perfetta, uno spettacolo tratto dall’omonimo romanzo di Elvira Dones, di e con Domenico Castaldo (Bexhet Jashari/Arlind Jashari/Art Berisha), con Marta Laneri (Hana Gashi), Katia Capato (Nita Gashi), Eleni Maragkaki (Rea Kelmendi), Francesca Netto (coro/Blerime) e Ginevra Giachetti (coro).

1999. Ci troviamo a Pristina, capitale del Kosovo, mentre in tutta la regione i militari serbi dirigono la loro rabbia verso gli albanesi e tutto ciò che li identifica. Gli orrori della guerra visti dai civili. Tre donne rinchiuse in una casa cercano, non solo di sopravvivere alla difficile quotidianità, ma anche di affrontarla. I figli di Hana non sono tornati, Nita ha abbandonato il suo lavoro di professoressa universitaria – insegnava l’albanese ai serbi – Rea è la più giovane delle tre, con i classici problemi di una donna in formazione.

Scegliere di raccontare una guerra non è semplice, soprattutto se così recente, ma gli interpreti di Piccola guerra perfetta lo fanno con garbo. Nessun nome, non si parla di politica: sono donne che affrontano i problemi giorno per giorno. Il dolore di una madre che non vede tornare i propri figli e non sa dove siano, ma confida nel fatto che siano vivi. Del resto, che altro potrebbe fare una madre?

Una zia che lascia il proprio lavoro e trova il coraggio di uscire di casa alla ricerca dei nipoti. Vi immaginate cosa possa voler dire per una donna uscire di casa, sola, e camminare per strada dove imperversano dei soldati che hanno potere di vita e di morte? E Rea che, per sfamare la famiglia, sfida la sorte andando a comprare del pane, del semplice pane, vietato agli albanesi e concesso solo ai serbi. E sempre lei, che rimane vicino alle altre donne quando avrebbe una possibilità di fuggire.
Poi c’è il racconto della piccola Blerime, che è stata catturata insieme al fratello. Il racconto della sua fuga è forse il più toccante: corre, perde il fratello, viene catturata, picchiata, stuprata e, alla fine, ritrovata dallo zio che la raggiunge dalla Svizzera. Una storia a parte quindi, una delle poche che si svolgono fuori dalla claustrofobica casa in cui sopravvivono le altre donne.

Il racconto di una devastazione universale, come il dolore.

La scelta di cantare canzoni in lingua, la riproduzione dei suoni (bombe, telefoni) fatta dagli attori stessi rende tutto molto più intenso. Non sono suoni freddi che provengono “da fuori”, ma provengono “da dentro”, cioè da chi li ascolta. Si riproduce un suono per come lo si è avvertito e per come lo si è vissuto.
La casa in cui le protagoniste sono rinchiuse smette di essere nido confortevole, porto dove tornare durante la tempesta, per diventare prigione e, forse, ultimo l’ultimo luogo in cui ci si vorrebbe trovare.

Valentina Ciambrone

Laboratorio Permanente di Ricerca sull'Arte dell'Attore di Domenico Castaldo

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