Lettere di Domenico

[expand title=”Creazione: Urgenza del dire versus necessità del come farlo (difficoltà di metterlo in pratica) – 20 aprile 2013, giornata nazionale CRESCO” rel=”piece-highlander”]

Oggi si può dire quel che si vuole. E’ un’urgenza solo in rari casi estremi. Io ora qui, per esempio,
altri per radio, sui social network, in TV, possiamo dire, esternare con le parole ogni sentimento.
A chiunque è consentito annunciare e smentire se necessario. Allora la Parola ha perso valore ed
onore, è priva di ogni forma di urgenza perché l’azione e l’etica sono sdoganati da essa.

Urgenza, è un caso limite, riflette un momento fulmineo in cui bisogna agire per riparare, per
salvare qualcuno, qualcosa o se stessi, oppure si hanno delle urgenze perché si hanno delle
scadenze. Ritengo che urgenza e scadenza siano lontane dalla prospettiva di creazione.
A meno che non si pensi alla scadenza della propria vita ed al bisogno di concludere progetti
prima che questa finisca. Ma siccome i progetti di una vita rimangono sempre incompiuti, occorre
riflettersi immediatamente con la dimensione eterna dell’esistere per vederne l’esito, e ancora di più
in questo tipo di speculazione, svaniscono le urgenze.

Difficoltà di mettere in pratica/necessità del come farlo.

Se ci discostiamo dal dire, entriamo nel mondo dell’azione. L’azione è quanto un essere umano
pratica o non pratica, fa o non fa. Un attore, un’attrice (esempio di parola che ha perduto il proprio
significato etimologico) sono esseri di azione, è insito persino nella radice semantica del termine,
attore/attrice hanno scelto di agire (come un fornaio di sporcarsi di farina). L’attore e l’attrice, che
al centro della propria opera pongono la parola, a mio avviso andrebbero apostrofati come oratori,
narratori magari, con un termine adeguato all’opera che compiono.
Questo vale per chiunque parli, una volta dato l’obbiettivo che si pone si determinerà la definizione
da attribuirgli: se qualcuno mi truffa con le parole, ad esempio, sarà un lestofante e non un abile
venditore, se in un intervista si passa il tempo a vantare le proprie lodi e sminuire gli altri saremo
mitomani e non un bravi artisti e così via, gli esempi di mistificazione sono moltissimi.

Nel dare valore alla Parola ci si accorge che questa è l’apice di un percorso, sia nel teatro che nella
vita, percorso composto da tante, ininterrotte azioni, che mirano ad un obbiettivo concreto.
Per Azioni intendo sia quelle che si realizzano nella vita che quelle innanzi ad uno spettatore. A
volte i due aspetti -vita e teatro- sono profondamente legati.
C’è qualcosa che, in uno dei due ambiti, mi impedisce di compiere azioni?
In teoria nulla di fisico: e allora cosa ci incatena e ci impedisce all’Azione?
Il termine Azione stesso, finché è generico!

Bisogna rendere inequivocabile la parola che si utilizzerà per definire l’azione che si intende
compiere. Troppo spesso si usano le parole per ingannare le azioni ed il filtro dell’interpretazione
rende opinabile la realtà dell’azione pura.
Esempio: decido di commissionarti un’opera, il prezzo per l’opera che ti commissiono è 1000, e pur
sapendolo te ne propongo 100. Io so anche che tu hai un gran bisogno, anche solo di 100. So che sei
costretto ad accettare.
Allora saresti leggittimato a lavorare per 100, il prezzo che ti pago, ma tu sai che l’opera sarebbe
mediocre e questo è contro la tua etica e contro il tuo investimento personale, contro il tuo pubblico
e agendo così toglieresti forza e reputazione alla tua opera.
Come agire? Per 100, il prezzo pattuito, o per 1000 il reale valore dell’opera?
Tu non hai dubbi: per te l’Azione sta nell’opera che realizzi, se questa ha come obbiettivo l’etica
professionale e non il denaro, farai fruttare 1000 o più i 100 che ti hanno proposto.
Rispondi così alla tua etica professionale, che richiede di applicarti al massimo in ogni cosa che
crei, ma contemporaneamente favorisci il committente che ti sfrutta.
Hai eseguito al meglio il tuo dovere ma, tuo malgrado, hai fatto un’opera deplorevole, perché hai

dato adito al tuo proprio dis-prezzo (ovvero deprezzamento), perché il committente, pur potendo
darti quanto meritavi, ti ha dato molto meno.

L’opera è stata meritoria, hai realizzato al massimo le tue possibilità, eticamente la tua Azione è
irreprensibile, tu sai che hai agito per questo obbiettivo chiaro: la qualità.
L’opera dello sfruttatore è irreprensibile lui ha risparmiato il massimo del denaro e ottenuto il
migliore dei risultati: continuerà a sfruttare il bisogno altrui.
Come se ne esce?
La differenza tra te e chi commissiona sta nell’obbiettivo: entrambe fate cultura, uno quella della
creatività l’altro quella dello sfruttamento.
Il problema esiste finché si agisce nello stesso ambito culturale con obbiettivi diversi, ma
soprattutto finché la sottocultura dello sfruttamento e dell’imbonimento sono il punto di vista
principale.
E’ un problema perché crea conflitto dentro di noi ed il conflitto ci blocca, ci incatena, o ci obbliga
a sforzi inutili.
Il nostro compito è fermare l’oscillazione delle verità, osservarle da un chiaro punto di vista. Così
le nostre scelte si tramutano in Azioni predeterminate e trovano lo spazio per innescare un vero e
proprio moto, per contagiare di esempi positivi il mondo culturale.

Ma qual è oggi il moto necessario?
Riconoscere i nostri ambiti di intervento.
Sappiamo che assessori, funzionari, professori hanno molto più potere sulla Cultura degli artisti:
essi sono il metro delle scelte. Questo è un contro senso e genera gli enormi blocchi di cui ci
sentiamo vittime.

Qual è il ruolo degli attori/attrici?
Oggi si è limitati nel potere di scelta, di spazi, di ruolo, dunque, di Testimoni e interpreti del Paese
in cui viviamo, del ruolo di cuore nel corpo della società.
Spesso ci si obbliga a diventare leccapiedi e promotori dello Status quo politico. Portavoce di chi
offre un’opportunità di successo: ovvero critici, funzionari, assessori, politici in genere. Talvolta si è
così perché non si è capaci di immaginare una via differente: penso alle nuove generazioni,
che hanno come parametro di successo la quantità di denaro conquistato per sopravvivere, a suon di
strategie anziché la qualità dell’ opera intrapresa. E’ il sistema in cui viviamo.
In questo sistema molte volte mi è stato chiesto:”Ma lavori?”, “Sì!” io dicevo, chi me lo chiedeva –
tra cui Michele di Mauro- pensava che io rispondessi al metro qualcuno ti sta offrendo occasioni di
lavoro? Io invece mi riferivo al laboratorio permanente -di cui sono a capo, una fucina terribile di
lavoro, poco remunerativa economicamente ma che produce formazione, ricerca e opere da 17 anni.
Io ero cosciente del qui pro quo, ma lo tacevo perché avevo ben presente la diversa interpretazione
di “Lavori?”.

Di cosa ci lamentiamo, cosa ci manca oggi?
Riconoscersi e agire secondo modelli alternativi a quelli degli assessorati alla cultura, modelli e
obbiettivi utili ad una nuova visione dell’immaginario di questo Paese.
Mancano i soldi, non si requisiscono i finanziamenti, i teatri chiudono.
Il vero problema è come continuare un lavoro culturale fuori da questi obbiettivi. Evitare il blocco,
muoversi, non deprimersi, riconoscere i propri ed altrui limiti e coltivare possibilità.
Si tratta di un lavoro individuale molto profondo e preciso, che ci permette di riconoscere le mura
della nostra prigione e gli aguzzini a cui abbiamo consegnato le chiavi. Ci renderemo presto conto
che siamo responsabili del loro potere, perché essi definiscono la nostra esistenza, ci riempiono di
sentimenti, non importa se negativi, che noi auspichiamo, perché il vuoto ci terrorizza.
Ma il terrore del vuoto svanisce se si hanno strumenti per osservare ed attraversarlo, per concepire
lo spazio infinito: sono strumenti dello spirito che permettono una chiara relazione con la parte

invisibile dell’esistere. Questo è il compito della cultura e della spiritualità.

Se si procede su questo terreno presto o tardi si giunge ad un vero scontro. Le strategie saranno
inutili e presto si arriva a imprescindibili prese di posizione: da una parte chi crea possibilità,
dall’altra chi pone limiti e barriere.
La rivoluzione sta nel creare spazi per gli altri e non solo per sé o per la propria compagnia.
Cosa si guadagna a creare spazi per gli altri?
Creo
Spazio
Altri/altre. La frase in sé, messa in pratica, è la risposta.

Anche se resto fuori dal vostro progetto di creare spazi, rinnovare le energie, rispettare gli esseri
umani più delle cariche che rivestono allora in qualche modo, prima o poi mi coinvolgerete.
Bisogna rendere fertile il territorio sul quale viviamo. Questa è l’azione. Dirlo è inutile, sentire
un’urgenza dentro di sé è inutile se questa pressione non viene incanalata in un fiume e se
contemporaneamente non si risale alla fonte, perché la forza che ci guida sia autentica.
Quanto descrivo è pratica, vi assicuro che non ha nulla di retorico, ogni immagine che riporto nasce
da esperienza.

Ascolto le parole di chi ha molta urgenza di emergere o di protestare, di difendere o di attaccare,
di esprimersi e di avere spazi ma quasi mai vedo queste persone applicare le belle e condivisibili
verità che esprimono. Sono diventato scettico su chi ha urgenza. La realtà ha bisogno di tempo e
perseveranza per dispiegarsi nella sua totale essenza.
I Ching, libro a cui di tanto in tanto affido i miei turbamenti, un giorno mi esposero questa
immagine: un albero, per essere visibile dalla valle sulla cima del colle, ha bisogno di tempo per
crescere…bella ambizione, ma alla fine avremo un albero solido e radicato e non la coda di un
pavone.

Abbiamo bisogno di tempo, di spazio e di esempi virtuosi che ci guidino nel come usarli.
Il limite maggiore sta nelle barriere culturali che ci negano spazi e tempi, nell’assenza di modelli
alternativi a quelli dominanti: bisogno dell’istituzione, del denaro, del teatro designato per realizzare
il progetto.
Operiamo un ribaltamento attraverso l’immaginazione: il denaro ha bisogno di noi, l’istituzione ha
bisogno di noi, il teatro ha bisogno di noi…
Il pensiero indotto sarà: ma se tu rifiuti questa logica c’è un altro che prende il tuo posto.
Il mio posto nel mondo è il mio posto non me lo da un funzionario non me lo toglie il prossimo che
arriva. Biasimo chi ha bisogno del posto lasciato da me, comunque sia è un parassita, auspico la
presenza di esseri capaci di costruire una diversa opportunità assieme a me.
Tanti sono pronti a prendere il denaro che rifiuto, pochi a condividere il peso che sto sollevando,
anche se portare un peso serve a creare una nuova opportunità, una via di libertà.
Guardo verso dove tu guardi e se vai oltre le miserie di questo momento, vengo con te.

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[expand title=”Figurelle: In viaggio!” rel=”piece-highlander”]

Gli artisti incarnano una importante missione: proporre modelli culturali, esempi di vita alternativi a quelli correnti incancreniti e apparentemente immutabili.
Questo è l’intento. Fortunatamente tante persone attorno a noi, del mondo teatrale e non, hanno compreso ed iniziato a praticare in questa direzione, e il gruppo del LabPerm sente di poter essere parte di un movimento che lavora per liberarsi da persone che gestiscono la nostra vita, da informazioni tese ad una propaganda ad personam, da funzionari (dipendenti dai politici) che trattano gli artisti come petulanti a cui cedere una moneta del loro tesoro.
Ci stiamo riappropirando del nostro ruolo: attraversare le realtà sui ponti dell’immaginazione. Stiamo ricostruendo teatro, ovunque ci sia un gruppo che agisce e qualcuno disposto a guardare.

Un attore, un attrice sono maestri dell’incontro, della verità, non sono dei postulanti, non sono dei pavoni a cui tirare il becchime degli applausi, del contratto. Rappresentano i maestri della comunicazione viva, interpreti dell’attualità, padroni delle proprie emozioni, sono astronauti dell’immaginario, capaci di aprire porte a chi è disposto a vedere, costruiscono modelli di pensiero, di sogni, hanno ben chiaro passato, presente e dunque futuro. Sanno gestire persone, capitali piccoli e grandi, spazi di lavoro, tempi, sono precari e in crisi per vocazione. Praticano un modello sociale alternativo per scelta. Attenzione non tutti! Incontrate spesso, sui palchi ufficiali, gli asserviti al potere che propagandano la cultura che li domina,

Il LabPerm ha scelto di intraprendere una serie di viaggi al fine di realizzare scambi, concerti, feste, di ri-costruire il rituale dell’incontro tra attori/attrici, pubblico ed organizzatori.
Questo richiamo naturalmente si rivolge a persone intelligenti ed indomite, capaci di vedere nella sfida alla rassegnazione ed all’abitudine, l’unico futuro possibile per la cultura. Per promuovere questo antico sapere e questa pratica, ci stiamo mettendo in viaggio, considerando il denaro un mezzo e non un fine, per tessere fili di collaborazioni del cuore e della mente.

Allievo- Ehi, Maestro, ma domani? Come faremo senza soldi?
Maestro- Non lo so! Ce n’è pochi per tutti, si divide quello che c’è!
allievo- Ma stanno finendo, che dividiamo domani?
maestro- Cacchio!
allievo- Cacchio, sì! Maestro, che si fa?
Maestro- E’ venuto davvero il momento di guardare i gigli del campo e gli uccelli dell’aria, essi hanno tutto ciò che gli abbisogna, persino vestiti più belli dei nostri e non si preoccupano di questo; dunque non preoccupiamoci di questo, occupiamoci di altro.
Allievo- E’ vero Maestro, non di solo pane vive l’uomo…
maestro- Bella questa, allievo! Chi te l’ha insegnata?
allievo- Il mio spirito, affamato!

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[expand title=”Appunti dal cantiere dell’Anti-Teatro” rel=”piece-highlander”]

Appunti dal cantiere dell’Anti-Teatro

“In principio era il Verbo”, così inizia il Libro e il Libro iniziò l’epoca della scrittura. Il Libro è stato per lunghi secoli la Verità. Oggi il verbo, i libri, la parola sono soprattutto menzogna. Sono il mezzo del raggiro, dell’imbonimento, della cultura spicciola. Noi cerchiamo la Verità, risaliamo ancora prima dell’inizio, al suono. Il suono ed il segno non mentiscono, non lo possono. Non ascoltiamo la parola, ma il modo in cui viene pronunciata, il modo in cui vibra, e risuona in noi. E come animali reagiamo. Prima del principio era un suono ed un orecchio. L’orecchio di un animale e di un bambino. Entrambi fasci di nervi e pelle sottile, pronti a reagire. Ecco l’origine: suono e azione.

Questo è il teatro nuovo, un Anti-Teatro, perché è, non rappresenta. Tanto vecchio da rassomigliare alle parti più ignote di noi. Dall’uomo telematico una fuga, una costante privazione, fino a giungere alla colonna vertebrale: il rettile in noi.

Questo viaggio è la meta del LABORATORIO PERMANENTE ed il mezzo è Katharsis, il nostro ultimo progetto in corso (2007-2011). E’ essenziale esporre le proprie iniziative, nominandole, secondo canoni riconoscibili: katharsìs (mutuato da Aristotele) indica quel processo per cui, attraverso un evento teatrale, si giunge ad una purificazione. Nel nostro progetto si canta, si danza, si usano i mezzi dello Spirito (disciplina e perseveranza) e dello spirito (ironia e autoironia). Per raggiungere Katharsis si ride, ci si interroga, si propongono risposte, nella pratica quotidiana.

Come mai questo nome al progetto?

Questo nome è una aspirazione e un mezzo. Non vi sentite anche voi stanchi, oberati, pieni di stimoli, e privi di tempo per seguire tutto quanto succede, vi provoca, vi raggiunge? Non avete provato a chiudere le porte una volta, un giorno, o anche solo un’ora? Lasciare fuori tutti gli stimoli con cui riempiamo le nostre giornate. Che piacere, riposo, vi dà? Più che andare in vacanza.

Lì ci si muove per divertirsi e spendere energie, ci si sposta, si cercano e si trovano altre comodità e inconvenienti. Si pensa al rientro quasi tutti i giorni. Quando si smette di pensarci è finita la vacanza, e si torna alla routine. E’ così! Non si riesce mai veramente a prendere le distanze dalla prigione del vivere quotidiano.

Chiudere al mondo è aprire altre porte. Katharsis è questa pratica. Ci si ritira per sei, otto, anche dieci ore al giorno, tutti i giorni della settimana. Tranne uno. Non è escludersi, è come ripararsi da una bufera. E’ praticare una decisione, dopo aver ascoltato e scelto il proprio punto di vista. Nel ritiro si cercano e si trovano risposte diverse da quelle ovvie, dai percorsi di pensiero obbligati dall’informazione, dalla moda, dalle idee della cultura diffusa, sia di tendenza che di controtendenza.

Si chiudono le porte quando e perché le abitudini ci abbrutiscono, ci offendono, ci privano del bello e del giusto, dell’organicità e della semplicità. Quando il vivere si offre a noi monco di sensibilità e sottigliezza, inespressivo e sordo. Allora si creano gli spazi per coltivare un tempo ed una via di purificazione. Appena si hanno dei frutti si offrono, nella speranza che questo dono viaggi e si propaghi il più possibile.

Cosa significa aprire altre porte?

Fare silenzio. Se taccio, se taccio dentro, ovvero, se riesco – dopo grande sforzo – a fermare il flusso generico dei miei pensieri quotidiani, inizio a sentire dentro di me un’altra voce, più profonda, che parla di un bisogno essenziale. Se soddisfo questo bisogno. Anche la seconda voce può tacere. Allora ne sento un’altra, ancora più profonda. Fino a non sentire più parole, nulla. La mia testa si fa vuota, come quella di un neonato, o di un’animale. Inizia un enorme riposo attivo. Una vacanza dell’anima: Katharsis. Da questo silenzio inizio ad ascoltare gli impulsi di una necessità vitale, creativa, giungo ad una forte sensazione. Questa sensazione risale il flusso dei pensieri e affiora nel mondo, sotto forma di musica, azione e testo. Tutto inizia dallo zero, dal silenzio. Le porte che si aprono sono le soglie del pensiero e dell’azione che stanno oltre le parole e le idee comuni.

Cosa ha a che fare quanto descritto con il Teatro?

Con il Teatro nulla. E’ il principio dell’Anti-Teatro. Questo processo è nell’attore, nella sua interazione con l’opera, con le partiture e con lo spettatore. Il Teatro, siccome è gestito, creato, concepito da funzionari o da teatranti mai diventati professionisti e che si sono votati all’organizzazione, non ha nulla a che vedere con il viaggio descritto sopra.

Invece il Non-Teatro, ha sede negli attori (intesi come uomini e donne d’azione), si nutre di questo processo, vive e resuscita in esso, guarisce e diventa una pratica creativa. Il Non-Teatro, così inteso, si muove fuori dai cliché; l’attore in esso è aperto, è se stesso, e si manifesta attraverso corpo, voce, attenzione. Quest’ultima circola in due direzioni: verso i propri spazi interni e verso lo spazio esterno. L’uomo in azione diventa sottile, una pellicola trasparente, che muta quando l’attraversano i sentimenti, quando riceve un impulso.

I cliché con cui, nella vita e nell’arte, ci si presenta oggi sono l’intraprendenza, la disinvoltura, la libertà dei privilegiati, l’impadronirsi di sentimenti non propri, il non avere parte, non prendere posizione precisa, il non essere interessati, il non avere nulla da raggiungere, l’essere giovani sempre come unico valore, dunque reiterare comportamenti e abitudini giovanili, il non-essere nulla e nessuno perché nulla e nessuno ha valore. Si usa imitare la libertà, la vitalità, l’autodeterminazione. Questa è oggi la nostra cultura, ed il Teatro conferma, nel rappresentarli, gli atteggiamenti e le prospettive del vivere quotidiano.

Ma un attore o un’attrice che segue questo processo può fare il Teatro?

Certamente. Finché non decide che affrontare i cliché o le banalità delle proposte del Teatro non gli interessi affatto. Ma siccome gli esempi alternativi al Teatro sono marginali e nel Teatro istituzionale circola il denaro ed il sogno del successo, tutti gli attori e le attrici aspirano a quello, pur sapendo di star vendendo l’anima al diavolo. Ma in fondo, il diavolo, oggi, non fa più paura, anzi è un povero diavolo. Ci si dice: “Che male fa? E’ come me, è come te! E’ solo un po’ di trasgressione! Tanto gli altri sono peggio. Se loro lo fanno allora anche io lo faccio. Almeno prendiamo un po’ di soldi”. Questo modo di pensare è privo di etica. L’etica è il primo passo che ci guida ad un’altra realtà, sia essa culturale o politica.

Qual è lo spazio di uno spettatore a questo processo, c’è spazio per lui, cosa ne riceve?

Questa domanda è oziosa, nasce dal bisogno di rassicurazioni, dalla paura di sentirsi ignoranti. Piuttosto di aprirsi a stimoli diversi ci si informa: “Riceverò il solito oppure no?”. Da parte nostra dovremmo comunicargli ”Stai tranquillo, capirai! Nessuno ti farà sentire stupido o ignorante.” Così non si stimola lo spettatore alla curiosità, allo sconosciuto, alla capacità di comprendere più che di capire. Di leggere segni diversi dai comuni.

Cosa dà uno spettacolo di cabaret o di teatro tradizionale allo spettatore, o il cinema di cassetta o la televisione? A me spettatore solo vuoto ed angoscia. Ansia e voglia di fuggire ma per dove? Le cultura imperante mi fa questo effetto. Osservare le edicole e vedere tonnellate di carta stampate su nulla, per dire nulla, per occupare invano spazio e tempo, pensieri, teste occupate, non libere. Ma nessuno -maledizione!- si chiede cosa dà allo spettatore quella spazzatura?

Katharsis va a bilanciare quel vuoto, è la fuga, ma restando ed essendo reperibili. Il messaggio e la via per ottenerlo sono la preda per l’attenzione dello spettatore; ma un’attenzione non solo cerebrale, del cuore, di affinità. Una preda, non una scatoletta di tonno. Lo spettatore in qualche modo è attivo. Riceve in funzione alla sua propensione ad aprirsi a quella via.

Ovvio! Il nostro mestiere ci impone di seguire regole teatrali innanzitutto (una forma performativa che si segua, che non annoi, ricca di spunti e riferimenti, che può far ridere e piangere -per essere proprio chiari-), ma poi negli strumenti delle persone in azione si può cogliere una tensione diversa da quella di altri nostri progetti o del Teatro. Altri possono vedere solo uno spettacolo teatrale, cosa c’è di ricerca in questo? Semplice! Ne è il frutto. Non cerca di stupire, shockare lo spettatore. Cerca di accompagnarlo nel suo spazio, come nel migliore del teatro e magari oltre.

Io vorrei che lo spettatore si intrufolasse su questo cammino di libertà e possibilità. Questo genere di domande rivelano lo stato di diffidenza che incontra la via teatrale come cammino verso l’origine del segno con la cultura dominante.

In principio era il Verbo. Quanto siamo lontani da quel principio. Ora, come frecce scoccate, siamo nel presente anche il futuro. Siamo, come frecce scoccate, già il nostro destino. Il futuro è scritto dal virtuale, da quello che non c’è. E noi in nome di quello che non c’è ci immoliamo.

L’attore –in quanto uomo di azione- si immola all’immaterialità. Ma questa è opera d’immaginazione. Quanto egli immagina esiste, ed il suo strenuo lavoro serve a renderlo evidente. Ma chi gli crede più? Chi crede a questa immateriale evidenza? Chi crede all’immaginario del “passante” tra i due mondi? Pochi, solo quelli che hanno deciso di mantenere viva in loro questa possibilità.

Come nel medioevo stiamo diventando reietti. Animali in via d’estinzione, resti di antico materiale organico che ancora attraversa la terra. Questo incedere nutre il cuore, nutre l’anima, nutre lo spirito, nutre l’invisibile, nutre i morti e si nutre dei morti, è spirare e rinascere, è essere e non essere. Risale al principio.

Ma come si può spiegare questa necessità ad un funzionario ministeriale, per esempio, i cui criteri sono quelli del rendimento dei numeri, a danno di qualsiasi qualità? E’ difficile, forse impossibile. Eppure anche il funzionario –che pure ne decreta l’incompatibilità con i programmi  culturali dell’istituzione- comprende in fondo. Sa che questo percorso nutre il cuore e non si può arrestare. E’ la vita stessa che continua a muoversi; è al di là di lui stesso, delle sue scelte (forse persino delle nostre). Rinasce e si reincarna anche nell’essere escluso. Teme l’abnegazione totale dei regimi, che impongono la cecità, la sordità, l’insensibilità. Ma non si arresta neppure in quel caso. E’ come una scintilla impossibile da spegnere, talvolta divampa come grande fuoco, altre volte è una fiammella lontana. E’ energia creativa che scorre tra gli individui più sensibili, è bene-essere, è felicità.

A noi non resta che trovare questo fiume per bagnarci dentro, questa scintilla per far luce nel buio che sta calando su di noi, buio dell’ignoranza sulle cose dello spirito e dell’anima.

 

P.S. Le domande di questo testo sono state rivolte dall’autore a se stesso. Egli si è posto, suo malgrado, scrivendo, innanzi alle proprie perplessità e dubbi.

Ho risposto a me come se foste voi. Questo testo è stato dunque un’occasione intensa di lavoro sulle ragioni profonde del sottoscritto a seguire il cammino descritto. Mi auguro che tale intensità ed ironico confronto risuoni nel lettore di queste pagine. 

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[expand title=”Fuori e dentro l’attore” rel=”piece-highlander”]

Ho iniziato un percorso di ricerca nel 1996, negli spazi della scuola teatrale di Maurizio Babuin, sotto l’agibilità di “Santi Briganti Teatro”. Dall’anno successivo il lavoro è stato condotto in collaborazione artistica con Katia Capato, molti giovani aspiranti attori sono passati da allora nel LABORATORIO PERMANENTE per seguire percorsi più o meno lunghi.

Fuori dai teatri… Anzitutto io sono un attore – il gruppo mi interessa in un secondo momento – la spinta principale alla ricerca arriva dal mio lavoro di attore. Ogni risultato creativo lo intuisco come un attore – agendo, dunque! -. Chiamo risultato gli spettacoli: Le Argonautiche o Tamer­lano, ma mi riferisco anche ad altro che riguarda la vita. E’ da qualche anno che, entrando dentro di me come attore, ma anche come individuo, scopro qualcosa che si muove. Un laboratorio sull’arte dell’attore deve fornire gli strumenti per avvicinarsi a questa scoperta; solo se gli strumenti sono perfetti qualcosa di creativo può avere inizio, e un desiderio primario mettersi in moto.

Vorrei parlare di una scelta politica: ho iniziato a fare questo mestiere perché ero incazzato, molto incazzato. Entrai nel movimento di Autonomia Operaia da ragazzino, ma tutti i “compagni” avevano qualcosa di noioso, perdente, mostravano sempre rabbia…quella via non rispondeva al mio animo, niente leniva la mia collera.

Feci il provino per entrare alla scuola del Teatro Stabile di Torino diretta da  Luca Ronconi, e coronare il sogno della mia vita, ma fui escluso in un primo momento.

Qualcosa crollò verticalmente in me; pensavo di essere grande, non avevo mai fatto niente prima, eppure ero certo che mi avrebbero preso. E qualcosa crollò. Di fronte al vuoto delle possibilità mi chiesi: “Cosa vuoi fare, allora?”

La mia risposta fu :” Qualcuno che comunica ad altri un messaggio di libertà: l’attore!” . Così mi sono detto che avrei dovuto trovare altre strade per realizzare il mio sogno. In realtà successe che qualcuno rinunciò e, siccome ero primo degli esclusi, potei far parte della scuola di Ronconi. Ma le lezioni “a tavolino” e le lunghe attese mi annoiavano, si aspettava giorni e giorni prima di lavorare un proprio pezzo. L’esempio di attore che vedevo non rispondeva ad un mio bisogno intimo. Quindi decisi di restare fuori dal giro dei teatri stabili.

Sono entrato e uscito da altre compagnie teatrali. La via che mi interessa è la scoperta dei mezzi di un essere umano. Questa è una scelta politica, perché sono convinto che mantenendo una coerenza rispetto a certe regole etiche, e ad  percorso di conoscenza, niente mi può inglobare.

Sono regole degli esseri umani, eppure estremamente complicate… Partecipai la scorsa estate con Le Argonautiche ad un festival; ero molto contento di fare il mio spettacolo per quel pubblico, molto contento. Le persone, alla fine della prima rappresentazione erano felici di quanto avevano visto, era successo qualcosa tra noi e loro. La sera dopo in tanti desiderano vedere il lavoro. Sono felicissimo. Inizio i primi cinque minuti ancora felice per questo scambio ed aperto al pubblico. Gli spettatori: catatonici! Parlano col vicino, sbattono la sedia, schiacciano una bottiglia. Finisco: sono molto arrabbiato, frustrato. Cosa è successo?  O non è successo? Questa rabbia è rimasta dentro di me per ancora un mese! Mi sono  chiesto ancora: ” Ma cosa sto facendo?”, “Perché soffro? Qualcosa non va, qualcosa non va nella mia relazione con quanto faccio! Il contatto non è profondo o non arriva in profondità, qualcosa del primo intento sta scivolando via… ed è proprio perché faccio degli spettacoli per un pubblico”. Allora, anche gli spettacoli devono essere rappresentativi della mia ricerca personale, coerenti con le regole etiche scelte in passato. Era (nello spettacolo di quella sera) tutto veramente come doveva essere? La musica è partita al momento giusto o cercavo ancora il consenso del pubblico? Questa domanda è molto importante.

Allora, un passo successivo. “Proponi sempre il solito spettacolo!”, mi si dice. Questo significa che quando Teatro Stabile di Torino mi chiede il nuovo progetto io propongo ancora  Le Argonautiche. “Ma l’hai già fatto” mi si risponde, “ Sì, dico, a Moncalieri e a Grugliasco, mai a Torino”,  “Ma sono molto vicine a Torino” mi si oppone,

“Certo, dico, ma sarà molto diverso, è passato quasi un anno”

“No, noi vorremmo un nuovo spettacolo di Domenico Castaldo”

“Il mio nuovo spettacolo è Le Argonautiche, perché lì devo ancora scoprire delle cose”

Finché non ho raggiunto tutto quello che devo raggiungere, quello è il nuovo spettacolo. E non importa quante persone l’hanno visto.

Così il nuovo spettacolo diventa Le Argonautiche.

Ogni rappresentazione deve essere quella giusta, e ogni momento di prova deve concedermi di essere lì e di non perdere del tempo. Allora occorre lavorare in profondità sulle relazioni con i miei colleghi, liberarmi dai pregiudizi del conosciuto e del vecchio. Ha ragione Serena Sinigaglia quando dice che il teatro può sembrare una tecnica orientale: lo è, può esserlo. È una pratica come l’arte marziale. Per me è essenziale pensarlo in questi termini, perché solo così mi appaga e solo così risponde a una pratica politica, a una pratica rigenerativa, di conoscenza, e anche rappresentativa, perché lo spettatore non vede un uomo comune, vede qualcuno che si prepara come un “addetto”.

Anche a me piacerebbe che qualcuno un giorno mi dicesse: “tu sei il regista del mio paese”, come successe al Piccolo Parallelo a Romanengo. Questo è interessante, è un ruolo preciso, come un fabbro, un panettiere. Ed è essenziale che ci sia, che avvenga, non importa se dentro o fuori l’istituzione. Ma la questione principale, e che molto mi riguarda, è il rapporto fra finzione e realtà. Il teatro presenta degli esseri veri che spesso, quasi sempre, hanno reazioni finte. Allora io mi chiedo, come può un attore, che sa di essere vero, accettare di avere reazioni finte, che dentro di sé avverte come finte?

È necessario eliminare tutte queste cattive abitudini e partire dal punto fondamentale: il corpo. Il corpo possiede una sua propria intelligenza, che va al di là del pensiero. Ma anche il corpo ha ricevuto un’educazione e delle abitudini, per cui occorre disabituarlo. Attraverso il corpo posso produrre slittamenti di realtà, ribaltare fuori e dentro, riconoscere la realtà di essere dentro questa stanza oppure avvertire questa stessa dimensione come un  artificio.

È artificio. Allora questo pavimento è acqua, questa è acqua, non è più pavimento. Posso immaginarlo e realizzarlo, renderlo visibile perché ci ho lavorato tanto. E questa visibilità riguarda il “fuori”, dal momento che può avvenire nell’occhio di uno spettatore, ma arriva dal “dentro” di un essere affinato dal mestiere: questo è il teatro.

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[expand title=”Articolo su Artesera – Progetto Communitas, Marzo-Aprile 2012” rel=”piece-highlander”]

Cinque città, fino al capo del mondo, nell’arte dell’attore.

Volo da Torino a Santiago. Rivediamo tutto il Cile che era stato a lavorare con il LabPerm. Emozioni forti, trattenute, siamo uomini! Questi ragazzi generosi hanno speso da tre mesi a due anni a rubare tecniche sull’arte dell’attore. Pensavo che non li avrei mai più rivisti. Invece eccomi a casa loro. Una grande gioia. Siamo atterrati io, Katia, Francesca e Marta per dare vita al progetto COMMUNITAS, ideato da Juan Pablo Corvalan, un giovane attore e organizzatore, che ha vinto un bando per condividere la sua esperienza italiana con le persone della sua terra. Generosità, ripeto.

Il nostro compito è guidare THE GARDEN, cinque giorni intensivi alla scoperta del giardino interiore dei partecipanti, si forma il gruppo, compatto verso l’obbiettivo e si lascia spazio a reazioni autentiche, a presenze vibratili, a voci che nascono dalla profondità del bisogno, dalla spinta propulsiva di un sentimento represso, dimenticato, vergognoso. Cinque città, sei THE GARDEN.

VALPARAISO, vista dal mare, assieme a pellicani e leoni marini che lottano per un posto sulla prua di una nave, è colorata come una bancarella di giocattoli. Le case, arroccate su colline vestono i colori del desiderio del proprietario. Tutti diversi. Sotto il cielo blu dell’autunno incipiente mettono una sana allegria. Università di Valparaiso, gruppo di 12 persone: donne, madri lottano per l’uomo e poi si riappacificano, perché le donne hanno valori diversi dai maschi,  sono traditori per natura, ma due amiche, non dovrebbero esserlo mai. Il dramma si scioglie, si sale verso la consapevolezza che il  bene è sempre in agguato dopo il dolore. Ma qui il teatro è anche passione politica, e allora ci si stupisce perché, al di là di parole su ingiustizie e soppressioni, il teatro è una sana ribellione.

SANTIAGO DE CHILE. Matucana 100, un centro per l’arte performativa occupato dagli anni ’80. Attori e attrici come fiori maturi. La giovane madre separata dalla figlia, la giudice non può affidargliela. Il dramma delle madri anche esse figlie. E A. dritto sul palco: Quanti anni hai? Veinteysiete. Dì la verità, quanti anni hai in questo momento? Nueve anos.  Il gioco inizia, tutti nove anni.

Università Cattolica, un parco ed un antico complesso di sale. Un gruppo attraversato dalla paura della media borghesia. Paura di che? Di perdere. Cosa? Lungo silenzio, risposta abbozzate, poi R.: E’ orgoglio borghese fatto di acquisti e posizioni precarie, si teme di non apparire più come si deve tra pari. Si rifiuta questo sentimento, si protesta, invano, occorre impegnarsi per chi soffre. L’eterna rabbia: ammazziamo i potenti. Ma è assurdo, allora la lotta, attraverso l’arte dell’attore, appare come via pacifica di elevazione culturale.

PUNTA ARENAS. Vento e cielo infinito. Qui vedi bene che il sole ruota in senso antiorario, è ovvio, stiamo camminando a testa in giù. Si affronta il tema del suicidio, i partecipanti si spaventano, allora si attua un cambio di strategia e lavorano soli, usciamo, osserviamo e diamo indicazioni. I loro cuori ci ringraziano la nostra pazienza, per il teatro portato sullo stretto di Magellano, dove nuotano balene e pinguini, lontano, nel mondo. Ci offrono pranzo in un bel ristorante, lo chef  viene a Torino, cucina per Terra Madre.

La Patagonia cilena ci offre uno dei panorami più straordinari della terra: le Torri del Paine, una regione di fiumi e laghi. Entusiasmante. La luce, il paesaggio mutano sotto i nostri occhi ogni cento metri. Le Torri, di granito bianco e nero, si riflettono nella sospensione del lago sottostante. Oltre le cime volteggia un condor.

TALCA. Una città conservatrice. Molti palazzi sono ancora puntellati dopo il terremoto del 2010. Le chiese evangeliche accolgono i fedeli in fase di restauro. Si respira un silenzio angoscioso. Partecipanti dai 17 ai 70 anni. Il tema principale è l’oppressione della famiglia, evangelica osservante.  I padri scontenti e aggressivi, madri e figli sopportano, si accorgono di essere parte del gioco, e cambiamo il punto di vista, si liberano. Si attraversa la crisi e ci si trova nella forza e nella fermezza, mai più vittime.

CONCEPCION. La terza città del Cile per grandezza, un centro città con negozi ed un bar  con torte alte un palmo e caffè espresso. Sulla piazza alle 16, tutti i giorni, un clown raccoglie 200 persone, lo ammiriamo, ridiamo sorpresi dei suoi numeri. Ci confrontiamo con un professionismo appassionato , giochiamo al carcere femminile, una reclusa racconta la sua terribile storia in attesa di giudizio, un poliziotto violento zittisce, un ragazzo messicano attacca e provoca. Scontri, anche fisici, poi tutto plana verso sentimenti più sottili e comprensivi, i cuori si aprono e gli occhi si bagnano di lacrime. L’impossibilità diventa fratellanza nella sofferenza, poi nella soddisfazione. Un viaggio attraverso gli animi in Cile, come ovunque.

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Laboratorio Permanente di Ricerca sull'Arte dell'Attore di Domenico Castaldo

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